I ministri delle Finanze dell’Unione hanno raggiunto il 19 dicembre scorso un sofferto accordo su un meccanismo unico di gestione delle crisi bancarie, che ora dovrà essere definitivamente approvato dal Parlamento. Stando alle prime indiscrezioni, il nuovo assetto, da associare alla vigilanza unica presso la BCE, prevederebbe una graduale ma significativa mutualizzazione delle risorse finanziarie, così come importanti cessioni di sovranità.

In primis, il fondo di risoluzione, che sarà associato al meccanismo unico di gestione delle crisi bancarie e che nascerà con un trattato intergovernativo, verrà finanziato da denaro privato. L’obiettivo è di evitare che gli stati siano chiamati a usare denaro pubblico per salvare banche in difficoltà (basti pensare che tra il 2008 e il 2011, i membri UE hanno usato circa 4mila miliardi di euro per sostenere il settore finanziario in crisi). Il fondo nascerà composto da compartimenti nazionali; su un periodo di 10 anni, a un ritmo del 10% all’anno, le quote nazionali verranno progressivamente messe in comune. Nella fase transitoria, il fondo, che a regime avrà circa 60 miliardi di euro, potrà godere come extrema ratio di finanziamenti-ponte, anche di natura pubblica, nazionale o attraverso il meccanismo europeo di stabilità (ESM).

In secondo luogo, è stato previsto anche un “paracadute finanziario comune”, da utilizzare mentre il fondo sale a regime nel giro di dieci anni, che dovrebbe permettere la presa in prestito di denaro da parte del fondo di risoluzione. Questo strumento, che dovrebbe essere appunto “pienamente operativo entro dieci anni”, deve essere neutro per i bilanci nazionali. Il settore bancario sarà infatti chiamato a rimborsare i prestiti concessi al fondo di risoluzione, attraverso prelievi sui bilanci degli istituti di credito introdotti anche ex post.

Infine, si è raggiunto un punto di convergenza sulle modalità di voto nel consiglio di risoluzione, ossia nell’organismo che sarà chiamato a prendere una decisione sull’eventuale chiusura o ristrutturazione di un istituto di credito in crisi. Il processo decisionale delineato prevede che le decisioni sull’uso del fondo vengano prese da un consiglio di risoluzione in sessione esecutiva, con il successivo benestare della Commissione. In caso di parere contrario da parte di Bruxelles, il dossier passerebbe al consiglio di risoluzione in sessione plenaria che darebbe il suo accordo con una maggioranza dei due terzi e il benestare di paesi rappresentanti almeno il 50% dei contributi al fondo.