Lo scorso 21 marzo, dopo un intenso negoziato, il Parlamento ed il Consiglio UE hanno trovato una sofferta intesa su un nuovo meccanismo unico di gestione delle crisi creditizie, tassello cruciale della nascente unione bancaria. Il pacchetto è più ambizioso delle attese della vigilia, anche se sull’idea di associare al futuro fondo di risoluzione un paracadute finanziario, come chiesto a suo tempo dalla BCE, c’è per ora solo un impegno.

L’assetto del nuovo meccanismo è più federale di quanto l’intesa preliminare raggiunta dai governi in dicembre facesse sperare. Il fondo di risoluzione, finanziato dalle banche, metterà in comune il 70% delle proprie risorse in tre anni e sarà a regime in otto anni piuttosto che in dieci.

Sarà la BCE, responsabile della sorveglianza bancaria dall’autunno in poi, a decidere che una banca è in crisi e che deve quindi essere ristrutturata, salvata o lasciata fallire. Le scelte su come ristrutturare, salvare o abbandonare a se stesso l’istituto di credito in difficoltà saranno prese dal consiglio di risoluzione, normalmente in sessione esecutiva, in sessione plenaria solo qualora vi sia la necessità di usare almeno cinque miliardi di euro dal fondo di risoluzione. Le scelte nel consiglio di risoluzione saranno prese a maggioranza qualificata, tenendo anche conto del peso dei singoli paesi nel fondo di risoluzione.

L’intesa raggiunta dovrà ora essere approvata in plenaria dal Parlamento in aprile, prima dello scioglimento dell’assemblea in vista del prossimo voto europeo, e successivamente dal Consiglio, con una maggioranza qualificata. L’entrata in vigore del meccanismo è prevista per il 1° gennaio 2015. Le norme sulla partecipazione di azionisti e obbligazionisti alla ristrutturazione di una banca entreranno invece in vigore un anno dopo.