L’Istat, nel suo comunicato sulla dinamica dei prezzi nel 2013 evidenzia che l’aumento dell’aliquota ordinaria dell’Iva dal 21 al 22 per cento, entrato in vigore all’inizio di ottobre 2013, ha esercitato sull’inflazione un effetto parziale e modesto. Le ragioni emergono dall’ultima indagine trimestrale de Il Sole 24 Ore e Banca d’Italia sulle aspettative di inflazione e vendita: tra le 784 aziende con almeno 50 addetti intervistate nell’ultima indagine, il 61,5 per cento ha dichiarato di non aver trasferito sui propri prezzi di vendita l’aumento dell’aliquota e solo il 23 per cento delle intervistate ha detto di aver traslato per intero questo incremento, mentre il 15,5 per cento dichiara di averlo fatto in misura parziale. Il carico fiscale quindi, è stato sopportato questa volta dalle aziende e non dai consumatori.

Nell’indagine, le imprese indicano chiaramente quali sono stati i motivi che le hanno convinte a fare questa scelta: in primo luogo le condizioni della domanda per i propri prodotti; come seconda motivazione, le politiche di prezzo dei propri concorrenti. Insomma, domanda bassa e aumento della concorrenza hanno determinato la scelta di internalizzare l’incremento dell’imposta invece di trasferirlo a valle. Scelte obbligate alla luce di un potere d’acquisto delle famiglie che continua a scendere (gli ultimi dati dell’Istat, relativi ai primi 9 mesi del 2013 evidenziano una caduta del potere d’acquisto delle famiglie pari all’1,5 per cento rispetto ai primi nove mesi del 2012).